The fate and research
Mi ha molto colpito, oggi, leggere il post di S&P sul destino di un uomo e poi quello di Raffaella Di Marzio sulla testimonianza di un uomo dal destino incredibile. In simultanea tra loro. E in sintonia coi pensieri che agitano questi miei ultimi mesi, in cui mi interrogo sul senso della mia vita.
Il senso che so darle? O quello che so accogliere?
Sono convinto che ciò che ho nel cuore ce l’ha messo Dio, per cui in astratto non c’è contraddizione. Ma in concreto? Nel cuore c’è anche tanta roba che non c’ha messo Dio ma a cui probabilmente tengo molto: desideri, ambizioni, paure, idee fisse. Possono entrare in conflitto?
E se poi capita, come capita, che la tua spinta – anche quella che venisse da Dio – ti porta apparentemente in un vicolo cieco? Se i tuoi desideri, i tuoi talenti, ciò che più intimamente senti di essere e di poter dare improvvisamente sembra esserti precluso? Dio fa anche questi scherzi! Certo, col senno di poi è tutto chiaro…ma prima? Ad Abramo chi glielo spiegava perché dovesse sacrificare Isacco?
Non è questione di voler fare la volontà di Dio perché si è bravi ragazzi. Né è questione di cercare di “ridurre il dolore” accettando i rovesci della vita. Chiunque abbia sperimentato anche solo una volta che la vita sa nascondere grandi rinascite dietro grandi sconfitte, al solo patto di saper “mollare la presa”, sa che è più semplicemente questione di essere in pace con se stessi e quindi con gli altri…di andare incontro alla vita per ciò che si è ma lasciandosene anche plasmare.
Mi colpiva molto quando S&P distingueva tra la maggior facilità di accettare le implicazioni del destino di padre e la difficoltà di accettare le implicazioni del destino di uomo. Forse, mi viene da pensare, perché il primo ti porta oltre te stesso e restituisce un senso più grande e più vero alle cose…mentre il primo in qualche modo si compie nella propria solitudine, nella sfida di conoscere se stessi trascendendo se stessi.
Non ho risposte per questo, non per me e quindi per nessuno.
L’unica cosa che so è che nella mia vita, quando ho toccato questi punti di “crisi”, ho sempre sentito di dover cercare dentro di me passando attraverso l’esperienza dell’altro, dell’incontro col diverso.
Questa, per me, era l’esperienza di Arkeon. Che veniva da prima di Arkeon. E che continua dopo.
E’ l’esperienza di essere umano. Di sollevare una domanda…e non deporla.
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